La notte che mi si ruppe qualcosa dentro

Dormivo. Dopo la manifestazione del sabato con alcuni amici avevamo deciso di mangiare fuori città, il fatto di essere usciti in campagna, senza il rumore continuo degli elicotteri ci aveva fatto sembrare che fosse davvero tutto finito. E invece. Mi telefona un amico che abitava guarda caso in via Trento, saranno state le due di notte. Insiste. «Devi venire». Non ne avevo voglia. Ero stanco, esausto, impaurito e per di più senza redazione, visto che avevamo scelto di non lavorare nella nostra sede di Palazzo Ducale. Per me il G8 era finito con la mia cena in collina. «Devi venire. Se non come giornalista, come cittadino. Devi vedere questa cosa».

Deglutisco, mi sciacquo la faccia, controllo le pile alla macchina digitale. Chiedo in prestito la Panda di un mio amico e parto. Non mi ricordo a che ora arrivo. C’era una confusione pazzesca, ma una confusione silenziosa, di gente sotto shock. Non più l’ombra di un poliziotto. Prima sbaglio scuola, entro alla Pascoli. Computer rotti. «Mbè, tutto qui?», mi dico. Poi attraverso la strada ed entro nella Diaz.

E qui difficilmente dimenticherò quello che ho visto. Disordine, casino, ma soprattutto tanto sangue. Sangue, sangue, sanque. Come in un film di John Woo. Intere pozzanghere. I bordi rappresi, coagulati come un laghetto che si sta ghiacciando: una sottile pellicola opaca raggrinzita. Al centro invece il sangue era ancora fresco.
Ricordo che ho fatto più foto che potevo. Era tale l’imbarazzo della scelta che avevo deciso di fotografare solo le chiazze con accanto qualche elemento di dimensione definita, per dare l’idea.
Ho trovato diverse macchine fotografiche aperte, con le pellicole sbiancate che uscivano come budella. Eppoi i distributori di merendine perfettamente intatti: se quello fosse stato un covo di blac block, dopo aver devastato una città non penso che si sarebbero messi a infilare le 500 lire per avere un tramezzino.

Non ricordo di essere stato male. Sentivo dentro qualcosa più grande di me, ero incazzato più che altro. Ho raccolto un po’ di testimonianze per ricostruire l’accaduto. È quando sono tornato verso casa, che mi è salito tutto alla bocca dello stomaco. Di dormire non c’era verso: mi sono seduto davanti al computer e ho scritto l’articolo.

Fonte: mentelocale.it, 13 novembre 2008

Share +

Blog comments powered by Disqus